Con il pretesto di fotografare la gente
Bella gente, la gente del sud-ovest in Francia

Avevo un ricordo che sollecitava il mio desiderio di fotografare quei francesi che vivono a sud-ovest del Paese, verso i Pirenei, tra le città di Toulouse, Carcassonne, Narbonne, Perpignan e Beziers. Un ricordo che nel tempo si è fatto sensazione, poi immaginario, tanto che la mia mente ha costruito una memoria di quelle persone che mi affascinava. Una quindicina di anni fa avevo attraversato fugacemente quei luoghi per recarmi ad Andorra ed è in quella circostanza che nacque il mio desiderio di tornare per fotografare. Finalmente quest’anno sono riuscito a tornare, ma non avevo previsto che non avrei più incontrato quei miei ricordi; ciò che la memoria e il desiderio avevano costruito. Non ho ritrovato quelle atmosfere che la mente mi suggeriva, ma solo un clima gelido per il vento di maestrale, inaspettato e così tanto determinante per il mio stato d’animo, che durante i sei giorni trascorsi a fotografare ha determinato le condizioni per le fotografie che ho potuto realizzare.

Abitualmente ritraggo le persone per strada, dove le incontro: le fermo mentre camminano, chiedo loro se posso scattare una fotografia, le osservo attraverso la macchina fotografica, concentrato sullo stato del momento, e proprio in quel frangente nasce un incontro visivo che coincide quasi sempre con la soddisfazione, che è dovuta a questa mia esigenza esistenziale, da cui deriva il piacere di vivere quel momento e, soltanto dopo, di realizzare delle buone fotografie, dei ritratti di sconosciuti. Sto parlando di un tempo breve, di pochi istanti, che nelle fotografie sono visibili come un’assenza di tempo, come una pausa, data dalla posa e dall’unicità dello scatto. Questa volta le cose sono andate in modo diverso. Le condizioni climatiche che ho incontrato mi hanno portato ad affrettare il processo descritto pocanzi. Sono stato molto più veloce nel fermare persone infreddolite che stavano camminando e nello scattare loro le foto; mi sono concentrato molto meno e, istintivamente, non ho eseguito il solito unico meditato scatto, ma due per ogni soggetto interpellato. È stato come se, istintivamente, avessi intuito che un unico scatto non sarebbe bastato ma, nonostante i due scatti, non c’è mai stato, o quasi mai, il solito momento d’incontro visivo tra me e quelle persone; l’istante che si astrae dalla circostanza specifica, che trasforma la rilevazione in una immagine e in una esperienza visivo-emozionale. Perlopiù, quello che è accaduto fotograficamente non è dipeso da me ma dalla capacità tecnica della macchina fotografica. Ho avvertito di essere stato piuttosto frettoloso nell’approccio, veloce a sottrarmi da quel freddo istante di sosta, per restituire ad ognuno (ai tanti loro e a me stesso) il proprio tempo che avevo sospeso, interrotto momentaneamente.

Da queste considerazioni ha preso forma un nuovo e differente lavoro, rispetto a quanto d’abitudine. In primis l’idea di restituire nell’immagine il processo che si è andato a determinare in quello specifico frangente: aver abbandonato il controllo a favore del mezzo fotografico, che in questo modo ha potuto agire il suo “inconscio tecnologico”, con solo un minimo contributo personale. Per restituire sul piano visuale questo processo, a posteriori ho deciso di utilizzare entrambi gli scatti realizzati con ogni soggetto fermato, senza effettuare una selezione, così da superare l’idea che mi aveva orientato in passato, del “momento decisivo” di un incontro voluto ma casuale, che a me risultava significativo. Cogliere quel momento “decisivo” richiedeva di poter rispondere ad uno schema mentale, che possiamo tradurre nell’attesa di un’immagine, che con il doppio scatto viene neutralizzato. Del resto, nessuna visione è mai veramente statica e la differenza fra le due immagini, dovuta alla differente collocazione spaziale e al movimento del soggetto ritratto o del fotografo (o a diversi altri fattori), rende l’osservazione dell’immagine un punto di vista psicofisiologico, solo apparentemente “corrispondente al vero”.

Al computer, nel montare il lavoro, mi sono affidato all’idea di mantenere uno spazio (mentale oltre che fisico) fra i due scatti realizzati, che potesse essere percepito come il/sul confine della distinzione fra i due momenti, che in questo modo vengono mostrati entrambi nella medesima immagine. Di conseguenza risulta evidente la condizione dinamica e processuale che effettivamente mi sono trovato ad esperire. Questo mi ha permesso di considerare la distinzione tra “campo visivo” e “campo di sguardo”, dove il primo comprende lo spazio che possiamo osservare dal punto di vista dei nostri occhi (e della macchina), mentre il “campo di sguardo” implica anche il tempo e il movimento dei soggetti fotografati e del fotografo. Il tentativo è stato quello di produrre una terza immagine non retinica, ma mentale, concettuale, dell’accaduto, che si costruisce con i due scatti. E, come direbbe Franco Vaccari, attraverso il contemporaneo passo indietro del fotografo (che nel mio caso non è stato razionale, né intenzionale), che si affida all’automatismo impostato a priori nella macchina, si potranno evincere nelle opere altre caratteristiche, dovute all’imprevedibilità. L’inconscio tecnologico di cui è dotata la macchina, che produce una sua realtà visuale, l’ho potuta scoprire solo a posteriori, e questa scelta, insieme a quella di utilizzare i due scatti affiancati in un’unica immagine, ha reso - a mio parere - le fotografie più immediate rispetto alle “impressioni” che ci si costruisce di queste persone. Affidarmi allo strumento ha in qualche modo delimitato e definito l’orizzonte dell’esperienza che ho vissuto nel momento in cui mi sono abbandonato ad un uso “spontaneo”, istintivo, non particolarmente personalizzato del mezzo, per poi riappropriarmi del processo nel momento creativo della post-costruzione.

L’incontro con l’altro, lo sconosciuto, così come lo percepivo nelle mie passate esperienze fotografiche era un’esperienza esistenziale che si traduceva in singolari emozioni. In questa circostanza ho scoperto invece solo a posteriori, dopo aver abbandonato certi miei condizionamenti visivi e mettendo in cortocircuito la presenza ingombrante di ciò che sono come individuo e come fotografo, la possibilità di vedere nelle immagini prodotte coloro che ho incontrato. L’aver abbandonato (anche se non volontariamente) l’idea di realizzare consapevolmente immagini fotografiche, che portano in sé il mio sapere e la mia persona, e scoprire solo a posteriori come il medium abbia prodotto una forma di comunicazione che costruisce anche per me una nuova visione è stata una scoperta interessante: l’esistenza di una realtà “ultrasottile” che non si materializza nella visione retinica delle singole fotografie, ma che si costruisce mentalmente nelle immagini che ne ho ricavato osservando e raffrontando visivamente quelle doppie fotografie.

Marco Vincenzi